Associazione culturale e sportiva

ACS "Giovanni dalle Bande Nere"

Scherma Storica e Tradizionale

Vita e Opere di Giovanni de' Medici, detto Giovanni delle Bande Nere

di Riccardo Rizzante*

Giovanni dalle Bande Nere

Nell'anno 1498, in quel di Forlì, veniva alla luce Giovanni, figlio naturale di "Giovani di Giovanni di Pierfrancesco de' Medici, e di Caterina, fligliuola di Galeazzo Sforza duca di Milano, padrona allora d'Imola e di Furlì" (GGR; Vita). Il padre era Giovanni detto il Popolano, nipote di Lorenzo il Popolano, discendente del ramo secondogenito dei Medici, mentre la madre Caterina Sforza era vedova di Girolamo Riario, ucciso in una congiura il 14 aprile 1488, ed aveva sposato in seconde nozze il de' Medici.

Il piccolo, il cui nome di battesimo era Lodovico, venne tenuto nascosto per due anni ai parenti sforzensi, in quanto lo zio materno, Lodovico Sforza, aveva nel frattempo usurpato il ducato di Milano alla morte del di lui fratello Galeazzo. Ma, dopo la scomparsa anche del secondo marito nella notte tra il 14 e 15 dicembre 1498, Caterina venne scacciata da Milano da Cesare Borgia, il Valentino. Costretta a fuggire a Firenze, decise allora di cambiare nome al figlio in Giovanni, in memoria del padre defunto.

Il piccolo Giovanni crebbe nella villa di Castello, facendosi subito notare perché "fiero di natura, poco apprezzando le lettere, volse infino da' primi anni l'animo solo al cavalcare, al notare e ad esercitarsi della persona in tutti quei modi che al soldato convengono" (GGR; Vita). Alla morte dei Caterina il 28 maggio 1509, il giovane de' Medici si mette in luce a Firenze per il suo carattere rissoso e la sua apparentemente innata capacità di attirare i guai. Guai dai quali fu tolto anche per intercessione di Jacopo Salviati, di cui sposerà la figlia Maria nel novembre 1516 (il loro unico figlio sarà Cosimo, l'uomo che trasformerà i Medici in una vera e propria dinastia fiorentina).

Successivamente, da quanto ci riporta Giovangirolamo de' Rossi (nella sua opera "Vita di Giovanni de' Medici detto delle Bande Nere"), il focoso guerriero si sposterà presso la corte pontificia, sotto la spinta anche di Papa Leone X (figlio del Magnifico, de' Medici anch'egli e zio di secondo grado del nostro). Ma pure a Roma non mancherà di farsi notare, se non altro per i numerosi duelli in cui si farà coinvolgere. In questo periodo avverrà il suo battesimo del fuoco nel "mestiere delle armi": nelle due guerre contro Francesco Maria della Rovere duca d'Urbino, tra il 1516 ed il 1517. Al diciottenne Giovanni verrà assegnato il comando di 100 cavalli "leggeri" (turchi e spagnoli), con il quali si distinguerà per l'ardimento e le azioni sul campo. Erano nate quelle che poi sarebbero diventate le "Bande Nere".

La seconda, ed ultima, guerra contro Urbino vedrà un Giovanni al comando di una schiera più nutrita di cavalli. Evidentemente ciò che viene scritto sul personaggio non sono solo parole, ed egli si dimostrava sempre più un capitano di tutto rispetto, tanto da riuscire a sconfiggere la cavalleria leggera nemica, al comando dell'albanese Andrea Bua (al quale strappò la mazza, tenendola come trofeo! [GGR; Vita] ). Suddetta guerra terminerà nel 1517 (MT; Italia! Italia!) o, secondo altri nel 1518 (GGR; Vita).

Nel 1521 gli imperiali cacciano i francesi da Milano e la cavalleria leggera del Medici avrà nuovamente modo di mettersi in luce. L'imperatore aveva infatti sottoscritto insieme a Papa Leone un'alleanza segreta, la quale prevedeva l'acquisizione allo Stato Pontificio di Lucca e Ferrara, e la restituzione di Parma e Piacenza, allora in mani francesi (Lucca e Ferrara rimarranno indipendenti; il papato sarà sempre in rapporti molto tesi con Alfonso d'Este, duca di Ferrara). Di nuovo, Giovanni sarà comandante di cavalleria leggera: riceverà infatti la nomina di capitano e riuscirà a bloccare le ripetute scorrerie francesi del "capitan Carbone" (Thomas de Foix, signore di Lescun, o Jean de Monpezat, entrambi soprannominati "Carbone" [GGR; Vita] ) ai danni delle truppe pontificio imperiali, cominciando così quello che sarà una sorta di marchio distintivo delle Bande Nere, ovvero uno scaramucciare veloce con lo scopo di indebolire il nemico o di raggiungere rapidamente vari punti del teatro bellico. Sarà ancora grazie a questa estrema mobilità che il "Gran Diavolo" (così sarebbe stato soprannominato Giovanni ad opera dei suoi detrattori) riuscì a proteggere le retrovie dell'esercito imperiale, dal momento in cui era cominciata la ritirata verso Gabbioneta dall'accampamento posto tra Ribecco e Pontevico, ivi installato per una pessima scelta di Prospero Colonna, uno dei comandanti imperiali, che non aveva considerato la presenza franco-veneziana (in questa guerra Venezia faceva lega con la Francia) nella fortezza di Pontevico. L'esercito francese non seppe comunque sfruttare questo vantaggio, anche a causa, parrebbe, della testardaggine di Odet de Foix, visconte di Lautrech e maresciallo di Francia. Le truppe imperiali seppero al contrario approfittare della disorganizzazione del campo francese e, grazie all'iniziativa di Francesco Ferdinando d'Avalos marchese di Pescara, un altro grande comandante imperiale, attaccarono Milano, "ove si combatté per ore quattro con molta lode del signor Giovanni" (GGR; Vita).

Il de' Medici quindi continua a raccogliere consensi, anche se era forse un po' troppo irrequieto e spericolato nelle sue azioni, non rifiutando mai di ingaggiarsi col nemico. A dimostrazione di ciò è testimonianza il fatto che i francesi, ritirandosi, si acquartierarono su una sponde dell'Adda, sulla cui riva opposta si accampò però di proposito Giovanni. Quest'ultimo, organizzando alcune chiatte per trasportare sull'altra riva i fanti al comando del conte Paolo Onofrio di Montedoglio, attraversò poi con i suoi cavalleggeri il fiume a nuoto, attaccando immediatamente battaglia mentre attendeva l'arrivo, di poco successivo, dei fanti. I francesi in ritirata, l'ardito capitano italiano potevo infine entrare a Milano insieme al Pescara, dopo aver combattuto e respinto anche i veneziani.

Tattiche ardite, spregio del pericolo, e un'ottima visione del campo di battaglia, oltre ad un uso quanto mai efficace ed innovativo delle sue bande, sfruttandone al massimo la velocità, facevano ormai del giovane capitano (23 anni nel 1521!) un uomo di primaria importanza nelle manovre militari dell'esercito con cui era schierato. É a lui inoltre che viene attribuita "l'invenzione" di quel corpo ibrido che prenderà il nome di "dragoni" (termine comunque di origine francese): archibugieri che si muovevano a cavallo ma che combattevano di regola ancora a piedi (DN; Guerra ed eserciti).

Ma nel 1521 veniva improvvisamente a mancare papa Leone X, e Giulio de' Medici, futuro Clemente VII e allora legato pontificio, si allontanò da Milano portando con sé suo cugino (di terzo grado) Giovanni. Si dice che sia da questo momento che le Bande del de' Medici prendono il nome di "Bande Nere", in quanto vestiranno il lutto perpetuo per la morte dello zio Giovanni de' Medici, papa Leone. La tregua doveva comunque essere di breve durata, poiché il "Gran Diavolo" fu nominato generale della Repubblica di Firenze allo scopo di respingere l'assalto a Siena del duca di Urbino, il quale prontamente dovette abbandonare i suoi progetti.

Ma Giovanni de' Medici, oltre che grande capitano, era anche perfetto esempio di mercenario! : fedele al suo essere "soldato", egli pensava infatti al soldo suo e dei suoi uomini. In contrasto quindi con i suoi datori di lavoro, gli imperiali di Carlo V, per una questione di paghe non ricevute -e forse istigato in tal verso dallo stesso cardinale Giulio de' Medici- mentre si trovava a Fidenza con i suoi uomini, decise di passare al versante francese, con grande gioia di Francesco I, re di Francia, che probabilmente ben conosceva tutti i problemi che le Bande Nere avevano creato alle sue truppe.

I nuovi committenti ad ogni modo non si dimostrarono certo parchi col loro nuovo capitano: "fu conchiusa la condotta sua col re di Francia di quattro mila fanti, quattrocento cavalli e otto mila scudi di provvisione, con allegrezza grande de' francesi e de' soldati suoi" (GGR; Vita). Il mercato della guerra non era però solo cavalleria, assalti arditi, eroismo ed onore: per unirsi ai francesi infatti, Giovanni de' Medici dovette attraversare il Pó, ed essendogli stati rifiutati alloggio e vettovaglie nei pressi di Parma, saccheggiò Busseto. Giunto a Pavia e ricongiuntosi coi francesi, inizia subito i combattimenti, ma gli imperiali per l'ennesima volta hanno ragione del campo e respingono l'esercito del Valois-Angouleme verso Milano, dove le forze di entrambi gli schieramenti si preparano allo scontro presso la Bicocca (la battaglia della Bicocca avvenne il 27 aprile 1522), a sei miglia dalla città. Lí le Bande medicee uscendo per prime allo scopo di individuare il nemico, una volta trovatolo iniziarono immediatamente lo scontro, riuscendo perfino a farlo indietreggiare, fino ad arrivare con successo a distruggere, anche con l'aiuto del signore di Lescun, l'accampamento dello stesso Prospero Colonna o, secondo altri, di Antonio de Leyva (governatore di Milano e tra i più fedeli generali dell'imperatore).

Logo sala d'arme Giovanni dalle Bande Nere Statua

Probabilmente, se anche tutti gli altri capitani di parte francese avessero combattuto con lo stesso ardimento o avessero avuto a disposizione truppe altrettanto efficaci, la giornata sarebbe stata vinta. Ma la realtà fu che infine i soli imperiali rimasero sul campo e i francesi vennero mandati in rotta, difesi nella ritirata dal sempre presente Giovanni de' Medici, le cui truppe si mostravano polivalenti e flessibili a svariati utilizzi, dall'esplorazione, agli attacchi a sorpresa, o per le scaramucce atte a rallentare l'avanzata nemica o a distruggerne i vettovagliamenti. L'ondata francese veniva progressivamente sempre più allontanata dall'Italia, e il condottiero mediceo si attestava a Cremona insieme al signor di Lescun, mentre il Lautrech tornava in Francia. Da questa posizione i due avevano continuamente occasione di ingaggiare il Colonna e il Pescara, che si erano accampati nei pressi della suddetta città.

La vera e propria epopea del condottiero che rimarrà noto nella storia come Giovanni dalle Bande Nere inizia probabilmente in questo periodo: la guerra che era stata combattuta lo aveva visto protagonista prima nel versante imperiale e poi dalla parte francese. E se il giovane capitano mercenario rimaneva fedele alla sua denominazione, creava con le sue azioni una sorta di mito intorno alla sua virtù guerriera, risultando vittorioso, a livello se non altro personale, praticamente in ogni battaglia e in ogni scaramuccia (o almeno cosí afferma Giovangirolamo de' Rossi, nella biografia da lui scritta sul suo illustre zio, fonte di molte notizie presenti in questo elaborato).

Ad ogni modo, la guerra proseguiva certo non a vantaggio francese, e i problemi delle Bande Nere sembravano non essere cambiati di molto: da tre mesi infatti non ricevevano la paga, ed erano trattenute dall'andarsene solo da blanditive parole, dette da quello stesso monsignor di Lescun, che spesso aveva combattuto al loro fianco, ma che contemporaneamente trattava la resa di Cremona con gli uomini di Carlo V. Scoperto, si trovò di fronte alla determinazione del Medici e dei suoi uomini, i quali, rivoltatisi ai francesi, prendevano il controllo del territorio. Ma poco, alle volte, possono la spada e l'onore contro la politica! E ben sapendo questo, Lescun continuava a temporeggiare con Giovanni, mentre dietro le quinte proseguiva le trattative con gli imperiali. Tutto ciò risultò nella perdita anche di Genova (1522) e nella cacciata dei francesi da Milano.

La guerra nutre solo se stessa, e lo stesso Medici si ritrovava con altro che "poca provisione di danari e d'altro per nutrire le sue genti" (GGR; Vita). Ad ogni modo, nonostante un conflitto si fosse (momentaneamente) placato, gli uomini in armi trovano da soli i propri ingaggi, e le Bande Nere, guidate da Giovanni in "difesa" della sorellastra Bianca de' Rossi, figlia di primo letto della di lui madre, passato in velocità il Pó dopo essere partite da Cremona, ruppero il nemico, almeno "quattro mila fanti, sei pezzi d'artiglieria e con buon numero di cavagli" (GGR; Vita), armati dai parenti della stessa Bianca allo scopo probabile di appropriarsi dei suoi possedimenti, e ne catturarono l'artiglieria, facendone successivamente dono a Luigi Gonzaga.

Azioni di forza, in cui una cavalleria leggera agile e determinata poteva funzionare da cuneo per rompere lo schieramento nemico, ormai portavano sempre più verso il tramonto l'idea della predominanza dei quadrati di picchieri sul campo di battaglia. Siamo ancora lontani da un totale cambiamento dello scenario bellico (lo stesso Machiavelli sembra non accorgersene, esaltando nel suo l' "Arte della Guerra" le formazioni di fanteria e le armi bianche), ma le armi da fuoco, e il loro utilizzo, in una qualche maniera originale, facevano, e avrebbero fatto, sempre più la differenza. Senza considerare che possedere o meno dei pezzi d'artiglieria poteva significare vincere o perdere una battaglia, sempre se tra i propri uomini ci fossero degli artiglieri sufficientemente abili, o se il proprio esercito fosse organizzato in maniera tale da poter difendere e al limite spostare i pezzi onde evitare che cadessero in mani sbagliate. L'esempio di cui sopra ci dimostra che, evidentemente, un grosso cannone o una mortale bombarda di certo non avevano capacità deambulatorie proprie, e risultavano inutili se gli uomini posti a loro difesa erano per qualche motivo messi in fuga.

Nel frattempo Francesco I era lungi dal ritenersi sconfitto, e già si preparava a una nuova discesa nella penisola, che sarebbe avvenuta nel settembre 1523, allo scopo di riprendere Milano. Il condottiero fiorentino, nuovamente col versante imperiale, si apprestava a difendere la città sforzesca. A quanto pare, questa volta, gli venne concesso tutto quello che chiese, giacché i francesi erano nuovamente in Italia con un esercito forte più di trentamila uomini, col chiaro scopo di lavare l'onta della precedente ritirata. La condiscendenza alle richieste di Giovanni avvenne anche, sembra, per insistenza del cardinale Giulio de' Medici e dello stesso Francesco Sforza, Duca di Milano insediato dagli spagnoli nel 1522. Nel 1523 praticamente tutti gli stati della penisola avevano ormai fatto lega con Carlo V contro la Francia, e la predominanza spagnola sul territorio era ormai chiara. Durante l'assedio di Milano sarà proprio Giovanni de' Medici ad assicurare vettovaglie alla città, grazie alle sue continue incursioni nel campo francese, rallentando l'efficacia dell'assedio fino al sopraggiungere dell'inverno, e forzando l'esercito nemico a ritirarsi, anche per il sopraggiungere dei rinforzi imperiali. Nonostante la contemporanea morte di Prospero Colonna (30 dicembre 1523) e il sopraggiungere di rinforzi dalla Francia, le Bande del Medici seguirono il marchese di Pescara, tornato dalla Spagna, a Robecco, dove si scontrarono con lo stesso capitan Baiardo (Pierre de Terrail, signore di Bayard), famosissimo cavaliere francese, che a mala pena si salvò. Ma nuovamente il "Gran Diavolo" teneva fede al suo carattere e entrava in attrito con il nuovo capitano generale dell'imperatore in Italia, Charles de Lannoy, viceré di Napoli. L'esercito di Francesco di Valois-Angouleme era però ormai in ritirata, e gli imperiali, col Medici nominato capitano generale dallo Sforza, li intercettò insieme al marchese di Pescara sul fiume Sesia, dove inflisse loro una durissima sconfitta in cui morì lo stesso cavalier Baiardo (30 aprile 1524). Ma, per fortuna dei francesi, l'inseguimento degli imperiali doveva esaurire la sua propulsione, avendo Venezia disposto al suo capitano generale, il duca di Urbino, di non entrare nel territorio dello stato di Milano e non essendo le restanti truppe sufficienti di per sé.

Armatura Medioevale

La nuova tregua doveva dare respiro a tutti i contendenti, ma non a Giovanni dalle Bande Nere. Avendo comperato delle proprietà ad Aulla (di questi fatti ne parla anche Ariosto in alcune sue lettere nel periodo in cui era governatore estense della Garfagnana) entrò subito in lite con dei marchesi locali, arrivando anche allo scontro armato. Alla fine per intervento dello stesso papa Clemente VII Giovanni venne allontanato da quelle terre dietro pagamento di una forte somma di denaro e in cambio del controllo della città di Fano, forse anche per tenerlo lontano dagli affari fiorentini, giacché si temeva un suo eccessivo interesse per la città toscana, che il papato ormai aveva reso quasi una sua dipendenza con l'ascesa della famiglia Medici al Soglio Pontificio.

E i venti di guerra nel frattempo tornano nuovamente ad alzarsi: Francesco I scende nuovamente in Italia alla testa di un poderoso esercito e, presa Milano per l'ennesima volta, si appresta ad assediare Pavia, difesa da Antonio de Leyva e da seimila Lanzi tedeschi. La vecchia alleanza che compattava quasi tutti gli stati della penisola italiana a Carlo V si era nel frattempo disgregata. Roma e Venezia infatti avevano firmato la pace con Francesco I, convinte ormai che il re avrebbe espugnato Pavia e rotto le difese imperiali, e lo stesso Giovanni, cambiando campo un'altra volta, corre a Pavia alla testa di quattromila fanti e quattrocento cavalleggeri per combattere coi francesi, convinto anche da "dodici mila scudi di piatto per la sua persona e duecento cavalli per lo conte di San Secondo suo nipote" (GGR; Vita).

Qui il 24 febbraio 1525 si combatté la battaglia di Pavia, in cui il fiore della cavalleria francese perse rovinosamente lo scontro con la fanteria spagnola, anche grazie all'uso che quest'ultima fece delle armi da fuoco. Il condottiero mediceo non partecipò neppure allo scontro, e molti contemporanei videro proprio in questa assenza uno dei motivi della sconfitta francese, in quanto, alcuni giorni prima, era stato ferito da una archibugiata durante una delle tante scaramucce combattute contro gli imperiali, ed era dovuto andare a Padova per ricevere cure adeguate.

La Francia aveva perso, e lo stesso re Francesco era caduto prigioniero. Quest'ultimo, liberato dopo non molto tempo, riceve gli inviati di Venezia e del papa: si prepara una nuova Lega tra Milano, Venezia, Roma e Parigi, questa volta con l'intento di scacciare gli imperiali dall'Italia. L'esercito é presto organizzato, capitano generale provvisorio é Francesco Maria della Rovere, duca di Urbino, nell'attesa, che sarà poi vana, di convincere Alfonso d'Este, duca di Ferrara, a ricoprire questo ruolo (purtroppo l'astio tra Ferrara e Roma sarà scoglio insormontabile, anche a causa della miope e inconcludente politica di Clemente VII). La scintilla é accesa dall'azione del milanese Girolamo Morone, che, col benestare veneziano e papale, avvicina il marchese di Pescara per farlo passare dalla parte della lega, sfruttando la delusione di quest'ultimo per le disattese promesse dell'imperatore nei suoi confronti. Scoperta questa congiura, gli spagnoli dichiarano decaduto lo Sforza e lo stringono d'assedio nel castello della città nel novembre del 1525.

É l'inizio dell'ennesima guerra d'Italia, l'ultima occasione per liberarsi della presenza straniera nella penisola. Ma l'esercito della lega non era ancora in grado di reggere uno scontro diretto con le fanterie imperiali. Per questo l'Urbino temporeggia per andare a soccorso di Milano, in attesa dell'arrivo degli svizzeri promessi, e, anche se alcuni, quali il Guicciardini (luogotenente delle truppe pontificie), lo criticano aspramente per questa scelta, altri, tra i quali lo stesso Giovanni de' Medici (nominato nel frattempo generale delle fanterie pontificie), si trovano d'accordo con lui. Tutti i capitani più esperti si rendono infatti conto che le fanterie della Lega da sole non sarebbero mai riuscite a contrastare gli efficienti e addestrati veterani spagnoli. Nell'attesa degli svizzeri si risolve allora di optare per una tattica molto familiare soprattutto al de' Medici e alle sue Bande: le incursioni veloci, le scaramucce. In questo modo era comune speranza si sarebbe riusciti a rallentare il nemico fino all'arrivo dei rinforzi. Ma nel luglio 1526, nonostante l'assenza degli svizzeri, l'Urbino tenta un assalto a Milano, forse convinto che in città stesse per scoppiare una rivolta, ma, trovata una decisa resistenza da parte degli imperiali, il 7 luglio ordina una ritirata per timore di essere costretto a una battaglia campale. Questa ritirata, avvenuta durante la notte, per la fretta diventa quasi una rotta: l'unico che rifiuta questo comportamento sarà proprio Giovanni, che inizierà a ritirarsi con le sue Bande Nere in maniera ordinata solo la mattina dopo. Si dispone allora l'assedio di Milano, allo scopo di voler far cadere la città per fame. Base di questo piano é la cavalleria leggera, in quanto dal Campo trincerato di Casaretto escono di continuo pattuglie per intercettare i rifornimenti imperiali diretti verso Milano.

Le scaramucce sono continue, e, manco a dirlo, si distingue particolarmente in esse proprio Giovanni, il quale, per la sua eccessiva audacia, viene stigmatizzato dallo stesso Guicciardini, che si rende conto che la perdita del condottiero sarebbe un male troppo grande per la Lega. La situazione é comunque dinamica, e, messo momentaneamente fuori gioco il papa nel settembre 1526 ad opera dei Colonna (schierati con Carlo V), le truppe leghiste in Lombardia si trovano improvvisamente in estrema difficoltà: era previsto infatti, dalla tregua di quattro mesi che Clemente VII dovette firmare coi Colonna, che tutte le truppe pontificie dovessero ritirarsi oltre il Pó, minando seriamente la riuscita dell'assedio che contemporaneamente veniva portato anche contro Cremona. Sarà il Guicciardini che, tramite sotterfugi e temporeggiamenti, cercherà di ritardare il più possibile la ritirata delle truppe e di fare in modo che Giovanni de' Medici resti sul campo, risultando al soldo dei francesi. Ma quest'ultimo, come molti che si erano ritrovati nell'orbita pontificia, erano al limite della loro sopportazione: Roma infatti si era resa protagonista di una politica tentennante, in costante penuria di denaro con cui pagare le truppe, e brava solo a "dare parole" e a "cercare il beneficio del tempo" (cercare el benefitio del tempo, pratica fortemente condannata dal Machiavelli) come sua migliore linea di azione diplomatica. Il de' Medici lamentava infatti non solo la mancanza di denari (che avanzava anche dalla Francia e dal Duca di Milano) con cui pagare le sue truppe, ma anche il fatto che personalmente non gli era stato attribuito alcun beneficio, come era invece accaduto ad altri capitani della Chiesa.

Figlio del suo tempo, Giovanni una volta di più si dimostrava un perfetto prototipo di uomo in armi: impregnato di valori cavallereschi, prode e sprezzante del pericolo, ma comunque sempre attento a quell'unico fattore che portava gli uomini a combattere: il denaro in tutte le sue forme. La situazione era però destinata a precipitare di fronte alla riscossa imperiale e alla discesa a Trento di ben dodicimila Lanzi tedeschi agli ordini di Giorgio Von Frundsberg. I capitani della Lega si riuniscono in fretta per pensare a una soluzione. Soprattutto per i pareri dell'Urbino e del Medici, ci si rende conto che le truppe italiane non sarebbero mai state in grado di fermare i Lanzichenecchi in una battaglia campale e si risolve di adottare una tattica già sperimentata: una serie di scorrerie e di scaramucce allo scopo di logorare i tedeschi, che nel frattempo si muovevano il più velocemente possibile per passare il Pó e raggiungere gli spagnoli impegnati a Milano, anche se questo non fu chiaro da subito, temendosi all'inizio che essi volessero riversarsi sul territorio veneziano. Per questo, mentre l'Urbino resta a nord del Pó a protezione del Veneto con la sua cavalleria pesante, i cavalleggeri del Medici si lanciavano velocemente all'inseguimento dei Lanzichenecchi, tormentandone le retrovie.

É in questo novembre 1526 che si consuma la tragedia finale di Giovanni dalle Bande Nere, nell'arco di una manciata di giorni. Il Medici intercetta finalmente il nemico il 24, dopo essere stato rallentato anche per la mancata collaborazione del marchese di Mantova, Federico Gonzaga, che aveva alzato in faccia alle truppe leghiste a Curtatone i ponti d'ingresso del Serraglio la notte del 23 mentre i Lanzi l'avevano trovata aperta. L'occasione di attaccare la coda dell'esercito nemico con un'azione veloce era definitivamente sfumata. I combattimenti iniziano subito, e proseguono anche il 25. I tedeschi resistono a ben otto assalti delle Bande del Medici, ma il peso che squilibrerà la bilancia saranno tre falconetti inviati loro dal Duca di Ferrara, che aveva definitivamente tradito la causa italiana (anche sopratutto per le indecisioni diplomatiche del pontefice): sarà uno di questi che ferirà gravemente a una coscia Giovanni de' Medici all'imbrunire del 25 novembre 1526. Morirà tre giorni dopo a Mantova, in casa di Luigi Gonzaga, nonostante l'amputazione della gamba per fermare la cancrena.

Moriva il soldato forse più amato dagli uomini in armi come lui, e l'uomo sicuramente più odiato all'interno della sua stessa famiglia, in quanto gli altri medici temevano la sua ombra. Anche per questo forse, nonostante le insistenze degli stessi Guicciardini e Machiavelli, Giovanni delle Bande Nere non venne mai messo a capo di un'armata che riunisse tutte le truppe pontificie, ma quest'ultime vennero suddivise tra vari inetti. Lo piansero l'amico scrittore Pietro Aretino, il Duca d'Urbino e tutti i capitani confederati (così Guicciardini definiva i "leghisti"). Morto lui, si bloccava anche quella manovra che l'Urbino aveva programmato con lo stesso Medici allo scopo di fermare i Lanzi del Frundsberg, che così trovarono aperta la via per Roma ed il suo terribile sacco del maggio 1527, responsabilità primaria del quale é da imputare proprio a Clemente VII, uomo vile e incapace, tipico prodotto della politica fiorentina dell'epoca. Allo spargersi della notizia della morte del valoroso uomo d'armi, sembra che la maggior parte dei condottieri fece una sorta di appello universale affinché le armi da fuoco non fossero più usate sui campi di battaglia, in quanto rappresentavano la negazione di ogni valore cavalleresco. Il falconetto che uccise Giovanni delle Bande Nere era un pezzo di nuova concezione e realizzazione. Il progresso é dolorosamente inarrestabile.

*Istruttore Regionale F.I.S. - Presidente A.S.D. Sala d'Arme dell'Angelo, Circolo schermistico di San Donà di Piave (VE) info@schermasandona.it

Bibliografia e abbreviazioni

GGR; Vita

DE' ROSSI Giovangirolamo; "Vita di Giovanni de' Medici detto delle Bande Nere"

MT; Italia! Italia!

TROSO Mario; "Italia! Italia! 1526-1530 La prima guerra di indipendenza italiana"

DN; Guerra ed eserciti

DEL NEGRO Piero; "Guerra ed eserciti da Machiavelli a Napoleone"